Nacque a Castel Bolognese il 19 giugno 1551, terzo di sette figli, dal conte Francesco, archiatra pontificio, e da Caterina Pallantieri. Suo fratello minore era Achille Ginnasi (1553-1594), protonotario apostolico, nominato nel 1593 governatore del Contado Venassino da Clemente VIII.
Domenico Ginnasi fu eletto arcivescovo di Manfredonia nel concistoro del 14 gennaio 1587 tenuto in San Pietro in Vaticano da papa Sisto V. Precedentemente, alla fine del 1585 o inizi del 1586, lo stesso pontefice lo aveva nominato governatore della Campagna, ossia del territorio corrispondente più o meno all'attuale provincia di Frosinone, allora infestato dai briganti. A Manfredonia fondò nel 1592 il monastero di Santa Chiara e istituì il seminario arcivescovile, nel 1598 il Monte di Pietà, senza tralasciare di far abbellire la cattedrale e
Rassegnò le dimissioni il 5 novembre 1607 a favore del nipote Annibale Serughi Ginnasi. Fu nunzio apostolico in Spagna. Al suo ritorno in Italia, dopo la morte del fratello minore Achille, governatore del Contado Venassino, fece erigere il monumento funebre in suo onore nella cattedrale di Carpentras[2] allora capitale dell'enclave pontificia in Provenza. Papa Clemente VIII lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 9 giugno 1604. Fu lui a portare l'eucaristia a Camillo de Lellis il 2 luglio 1614. Nel 1630 fece ricostruire la chiesa medievale di Santa Lucia alle Botteghe Oscure dove sarà anche sepolto. Morì a Roma il 12 marzo 1639 all'età di 87 anni in seguito a un violento attacco di gotta.
Pianeta
in broccatello bianco con ricami a disegno floreale in seta colorata e oro. Grandi galloni dorati dividono la pianeta in tre zone. Non ha stemma
Busto reliquiario di San Clemente
Con buone probabilità risale a questi anni la realizzazione del busto funerario di San Clemente I (Archivio diocesano, Velletri) patrono della Città, commissionato dal cardinale e mecenate Domenico Ginnasi, vescovo di Ostia e Velletri dal 1630 al 1639. Le sue dimensioni (h 118 cm), la policromia dei metalli utilizzati (ottone e rame, dorato e argentato, argento) perfezione della fattura propria di un artista più che affermato anche nella modellazione del metallo (grazie al suo maestro napoletano Naccherino) rendono quest'opera subito e letteralmente emozionante agli occhi di chi entra nelle sala II del Museo. L’effigie vuole essere quella di San Clemente I, quarto papa di Roma. Avvicinandosi al busto, ciò che ancor più colpisce è l’espressione del volto: la fronte segnata da un grumo di rughe, lo sguardo concentrato e come rapito da un presentimento angosciante, la barba tipica dei profeti e dei santi, non fanno dell’opera solamente un busto funerario. Essa si colloca degnamente tra le opere migliori dell’arte scultorea di Finelli e, per questo, con caratteri più propri, tra i capolavori della scultura barocca.
Il busto, infatti, raffigura sì un personaggio “forte” e anche “fiero”; ma non scopre alcun lato nella ricerca dell’effetto e non solletica l’attenzione dell’osservatore. In altre parole, Clemente I fa propria la cosiddetta “sobrietà” della scultura barocca. Esso non si pone come un “ritratto parlante” alla stregua berniniana del busto di Scipione Borghese o alla stregua rembrandtiana della serie pressoché infinita dei suoi ritratti e autoritratti (o, ancora, alla maniera della committenza napoletana e spagnola che preferiva ritratti da parata, distanti e superbi). Trattasi, in altre parole, di un ritratto che, nonostante i segni evidenti della sua “dignità” (il triregno gemmato, il pallium) non esprime, come in Antony van Dyck, Pieter Paul Rubens e Vel?zquez, l’enfasi dell’opulenza né, tanto meno, quella del potere. La sua è un’espressione di intenso sentire: s’avverte dall’acutezza e dalla profondità del suo sguardo la grandezza del suo “mandato” o, come vogliono alcuni, il presagio del suo martirio.
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